“Spectre” – Dov’è James Bond?

Dopo “Skyfall” era lecito aspettarsi di più. Un Bond superficiale.

Iniziamo da ciò che non funziona. Un film di James Bond è tale in sè; un universo a parte fatto di anacronismi e irrealtà, di paradossi e di vite che possono essere solo immaginate. Questo è e sarà. Siamo anche nel 2015, però. “Skyfall” aveva scartato l’idea dell’icona a tutti i costi: l’agente Inglese era umano, fallibile, contorto e decisamente poco incline all’umorismo fine a se stesso. Insomma, uno che in questi anni ci stava dentro con tutte le scarpe. Lodi, ottima regia, grandi interpreti e un miliardo di dollari in tasca. Ebbene, la festa sembra essere finita.

Laddove la terza prova di Daniel Craig si elevava sopra almeno la metà degli altri film della serie, quest’ultima fallisce: fallisce non in toto, certo, ma riconsegna alle masse dei cinema un Bond monocromatico, piatto. Si torna, insomma, indietro. Eppure il plot narrativo, con il ritorno della “Spectre”, lasciava ampi spazi di manovra. Invece sembra che la sceneggiatura sia stata fatta frettolosamente, senza quell’approfondimento di temi e situazioni cui c’eravamo abituati negli ultimi anni. Questo si riflette anche sulla regia. Sam Mendes me lo figuro distratto, forse persino un attimo annoiato. Bond è sfiancante, come personaggio: attorno a lui si parla di produzioni plurimilionarie, con tutto ciò che ne consegue. Probabilmente il regista britannico desidera tornare a pellicole diverse, magari più intime.

Ciò non significa che “Spectre” sia girato male, anche se abbondano i toni virati al giallo (una scelta o un’imperfezione nella cura della fotografia?) e i movimenti di cinepresa, a parte l’iniziale piano sequenza, sono ampiamente prevedibili.

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E poi “l’uso” degli attori è sbilanciato. Craig è lui, nel bene e nel male. Nel bene perchè è lo “007” del nuovo millennio e nessuno, ragionando, può togliergli la palma di essere uno dei migliori di sempre (se ne può discutere, ma resta il fatto): nel male perchè sembra non poterne più e complice una laconicità che a volte è straniante, stavolta è più sottotono. Christoph Waltz gigioneggia e fatica ad entrare nel novero dei super cattivi, antagonisti implacabili dell’agente segreto. Non è colpa sua: ancora una volta la sceneggiatura è caduta nella trappola del semplicistico. Comunque resta un grande attore, che, diciamo, si è preso una pausa per divertirsi. Léa Seydoux è bella. Basta così.

Non gettiamo troppi strali, comunque. Il gioco dei rimandi spesso è divertente (il labirinto che tanto ricorda “L”uomo dalla pistola d’oro” è uno di molti, ben riuscito), le scene d’azione sono girate con perizia e le location decisamente affascinanti. Anche Roma ci fa la sua figura, seppur appare improbabile che all’una di mattina non ci siano auto in giro.

Possiamo dire che si è concluso l’ennesimo ciclo di questa interminabile saga. Il finale fa prevedere sviluppi al momento molto vaghi e, per una volta, la scritta “James Bond tornerà” crea più domande che attesa. Starà ora ai produttori, soprattutto, capire se 007 deve divenire, una volta per tutte, un personaggio che, oltre a fare un sacco di soldi, può dare al cinema delle storie intriganti, credibili e, cosa più importante, di spessore.

“The Lobster” – Essere soli è una colpa

In un film ardito e complesso un futuro in cui l’amore in età matura è obbligatorio.

Leggevo proprio ieri alcuni commenti sulla pagina “Facebook” della meritoria “Good Films” che distribuisce “The Lobster“, premio della giuria all’ultimo festival di Cannes. Erano quello che mi aspettavo: tanti astiosi, molti superficiali, alcuni entusiasti. La verità? Potrebbe essere un qualcosa che contiene tutte queste cose.
Il futuro distopico in cui ci proietta Yorgos Lanthimos (premio Oscar per la sceneggiatura di “Alps“) è piuttosto inquietante, ma non per motivi politici o di guerra: è un periodo in cui se non sei in coppia, se non sei innamorato, dopo una certa età, ti potresti trasformare in un animale (a tua scelta, comunque).

Detta così e senza svelare troppi particolari (i film vanno visti, più che raccontati), sembrerebbe una trovata carina, ma al limite del ridicolo.  Materia che, invece, il regista fa diventare un film che si può definire in molte maniere, alcune delle quali scontate: disturbante, ironico, lento, complesso, un po’ autoreferenziale.
In realtà è tutto questo ed anche altro.

“The Lobster” è una pellicola senz’altro di grande qualità: probabilmente la sua meditata sceneggiatura lo appesantisce, ma l’argomento è assai articolato e pressuppone una riflessione che, ce ne rendiamo conto, va a toccare un argomento basilare per ognuno di noi come, appunto, l’amore e le relazioni sentimentali. Insomma, non è una film da prendere alla leggera. E la regia lo fa intuire subito, con scene lunghe e pochi movimenti di macchina, tranne per la caccia (a chi? A chi è solo…): ma anche qui la scelta del rallenty (a mio modo di vedere piuttosto fastidiosa) riporta il tutto sui binari dell’idea di costruire un film che sfinisce.

Intendiamoci, non per la sua lunghezza, ma per la densità di situazioni ed argomenti che bisogna assimilare e sulla base di sole immagini e di una voce fuori campo (utile, per una volta). Non si può non notare che in alcuni passaggi si faccia fatica a tenere alta l’attenzione e che alcune scene (l’orribile, a detta del protagonista, maniera di “consolare” gli ospiti dell’albergo dove si è in attesa di trovare l’anima gemella) siano piuttosto forti: anche la narrazione a voce ci fa ascoltare frasi che non lasciano spazio alle parafrasi.

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Eppure ogni cosa ha un senso, se vista nella compiutezza dell’opera intera. Non c’è un elemento che non vada al suo posto, anche con scelte di narrazione sorprendenti. Perciò “The Lobster”, nel suo essere obbligante, è un ottimo prodotto. Sincero, decisamente, e molto soddisfacente a livello registico.

Naturalmente i film sono fatti anche dagli attori ed affidare i ruoli a affermate “star” poteva, in qualche maniera, essere d’ostacolo: in una storia così ci vuole capacità di misurare gli atteggiamenti, non è cosa per mattatori. Colin Farrell, che a volte i film sa sceglierseli, è perfetto nell’incarnare un uomo dimesso e triste, ma che saprà riscattare il suo orgoglio per ritrovare una libertà (non ho scritto “la” libertà). Rachel Weisz è se stessa, nel senso che dona al personaggio della “donna” quell’aria un po’ patita che conosciamo come essere la corda più solida del suo modo di recitare. Léa Seydoux (la vedremo in “Spectre“, immagino leggermente meno oppressa) è assai convincente: dura e spietata fino all’eccesso come leader di coloro che vivono da soli  e con rigide regole nei boschi (e quindi vi dico ancora qualcosina sulla trama, no?).
John C. Reilly incarna perfettamente un uomo balbuziente e vigliacco, il più debole ed abbattuto di tutti. Ben Whishaw, invece, incarna il prototipo perfetto del cliente che capisce come l’amore, per salvarsi la vita, possa vivere anche di ipocrisia e finzione.

Se qualcuno mi chiedesse se questo film va consigliato, direi di sì. Una delle cose belle della settima arte è quella di narrare un’infinità di storie, le più improbabili e disparate. Questa potrebbe essere una della tante, ma diviene particolare ed intrigante perchè quando si sa fare cinema si vede. Eccome.