Il caso Spotlight

“Il caso Spotlight” ha vinto l’Oscar™ come miglior pellicola.

Fanno sempre effetto sei candidature all’Oscar™, più una mèsse di premi già conquistati e recensioni pressoché unanimi ed entusiastiche in ogni parte del Mondo. “Il caso Spotlight” parte con tutte queste favorevoli premesse. Ed ha dalla sua anche l’appartenenza a quel genere, il racconto di un’inchiesta giornalistica, che vanta numerosi ed importanti predecessori (a memoria cito solo “Tutti gli uomini del Presidente” o “Il rapporto Pelican“, per restare negli USA).  In un certo senso sarebbe anche facile produrre una pellicola di buon livello con storie come quella in oggetto, che ha fruttato un “Pulitzer” alla redazione del “Boston Globe“. In fondo, passatemi il gioco di parole, è tutto già scritto.

Scoperchiare vicende terribili come quelle degli abusi sessuali perpetrati ai danni di bambini e giovani da parte di preti Cattolici nella ultra conservatrice città del Massachusetts, non poteva che portare anche ad un film: “Hollywood” si nutre di queste cose, che, cinematograficamente parlando, sono perfette per costruire prodotti di ampia risonanza (e, perchè no?, di buoni incassi). Il rischio è sempre quello dell’agiografia, delle pellicole dove si esaltano i prodi difensori dei diritti umani contro i depravati ed incoscienti cattivi, siano essi, appunto, uomini di Chiesa o della Giustizia.

Questo è stato evitato e non era neanche questa un’impresa troppo ardua. Se si ha una sceneggiatura lineare, ma non banale (merito di Tom McCarthy, anche regista del film e di Josh Singer), un cast scelto evidentemente con cura e ci si applica una regia rigorosa, il gioco è fatto. “Il caso Spotlight” mescola tutte le sue carte con perizia e le getta sullo schermo con misura, quasi con solennità.

Spotlight

Forse, ma è normale, l’unica fatica che lo spettatore deve sopportare, oltre al peso della vicenda in sè, è quella dei molti nomi di persone che si fanno lungo la narrazione, ma è logico. La pellicola rende con mirabile efficacia la complessità delle coperture, dei silenzi, delle omissioni perpetrate ai più disparati livelli per insabbiare, far dimenticare e stravolgere la realtà dei fatti.

“Il caso Spotlight” è un film corale: la squadra del quotidiano che lavora con una dedizione encomiabile è stata portata davanti ai nostri occhi da un team di attori decisamente azzeccati. Michael Keaton ormai sceglie ruoli sempre sontuosi e ne esce vincitore ancora una volta, con quell’aria tra i disincantato ed il coraggioso che gli si addice in maniera particolare. Mark Ruffalo è abituato a portare in scena personalità complesse e spesso audaci ed anche in questo caso fa il suo dovere con maestria.  Rachel McAdams ha saputo svincolarsi dall’immagine di bella donna un po’ svampita e da qualche tempo si sta costruendo una solida fama di attrice di spessore: vedere e credere.

In due ruoli che possono apparire minori, vanno segnalati Liev Schreiber, il capo editore deciso e coraggioso, e il sempre bravo  Stanley Tucci in quello dell’avvocato dapprima restio a parlare e poi consapevole dell’eco che potrebbe avere una storia così fosca.

Ma tutto gira bene, in questa narrazione: fluida ed appassionante, cosa che non sempre accade quando si pensa ad un’inchiesta della carta stampata.
Tra pochi giorni vedremo se anche i giurati dell’Academy Awards vorranno premiare questo film intenso e molto bello. In fondo sarebbe una cosa minore rispetto a ciò che dicono in realtà le due ore della pellicola.
Ovvero che la verità esiste e quando fa male è una sola.

“Joy” – Un sogno imperfetto

Meglio dirlo subito. “Joy” non è un grande film. La terza collaborazione tra David O. Russell,  Jennifer Lawrence e Bradley Cooper non è convincente come “Il lato positivo” o “American Hustle“. Squadra vincente non si cambia, e si sa, ma in questa pellicola le cose non funzionano a dovere.

La storia è quella dell’ennesima “Self Made Woman” americana: famiglia disastrata, debiti, sogni e tenacia. Joy Mangano è l’inventrice di un “mocio” per pavimenti che la farà diventare, insieme alle molte altre idee che ha avuto, una manager di enorme successo. Ma come vuole la natura USA delle storie edificanti, dovrà superare una miriade di difficoltà e scontrarsi con personaggi di dubbia moralità (tra cui, peraltro, i suoi parenti più stretti).

La sinossi di una pellicola come “Joy” è simile a quella di altre migliaia, proprio perchè è indubbio che queste storie piacciono al di là dell’Oceano e, a quanto pare, sempre anche ai giurati dell’Oscar. Dove il meccanismo s’inceppa è proprio nella narrazione. Il montaggio è spesso confuso: non dà la continuità che in alcuni momenti appare più che necessaria. Anche la regia, seppur la trama non sia così complicata, viene svolta da Russell come un compitino di sicura efficacia visiva, ma piatto.

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Come diventa logico, quindi, la struttura va a basarsi sugli attori. Come nelle prove precedenti, il cast è praticamente “all Stars”. Anche nei ruoli cosiddetti minori troviamo attrici di nome. Una trasfigurata e irritante Virginia Madsen nel ruolo della madre drogata (letteralmente) di TV e una quasi irriconoscibile Diane Ladd in quello della nonna, voce narrante e angelo della situazione, mentre Isabella Rossellini è la cattivona, amante del padre Robert De Niro (solito ruolo di routine): la cosa non gli riesce malissimo.

Restano i protagonisti. Jennifer Lawrence, qui alla sua quarta candidatura agli Academy Awards, è indubbiamente già una certezza assoluta nel panorama della cinematografia americana. Non fa niente di eccezionale, ma nella sua misura, nel suo equilibrio riesce a dare spessore anche ad un personaggio che avrebbe potuto prestarsi ad eccessi recitativi.
Bradley Cooper va sul sicuro: a volte viene quasi da pensare che non sia importante il personaggio che interpreta o la sua storia. A lui basta fare quello che sa. Lo fa bene, anche se le sue espressioni tendono a divenire un po’ ripetitive.

“Joy” resta, quindi, una promessa mantenuta solo in parte. E’ un film che non resta impresso, non induce ad analisi troppo elaborate. Sembra quasi pensato per far breccia nei cuori deboli e sempre disposti alla benevolenza di un pubblico dalle poche pretese. Se sia solo un’occasione mancata o se sintomo di una ipotizzabile aridità dei suo autori, lo vedremo.
Intanto possiamo sperare che le altre pellicole in lizza per la statuetta più ambita del mondo dello spettacolo siano migliori (ed almeno “The Revenant” certamente non può tremare, per ora).