Il caso Spotlight

“Il caso Spotlight” ha vinto l’Oscar™ come miglior pellicola.

Fanno sempre effetto sei candidature all’Oscar™, più una mèsse di premi già conquistati e recensioni pressoché unanimi ed entusiastiche in ogni parte del Mondo. “Il caso Spotlight” parte con tutte queste favorevoli premesse. Ed ha dalla sua anche l’appartenenza a quel genere, il racconto di un’inchiesta giornalistica, che vanta numerosi ed importanti predecessori (a memoria cito solo “Tutti gli uomini del Presidente” o “Il rapporto Pelican“, per restare negli USA).  In un certo senso sarebbe anche facile produrre una pellicola di buon livello con storie come quella in oggetto, che ha fruttato un “Pulitzer” alla redazione del “Boston Globe“. In fondo, passatemi il gioco di parole, è tutto già scritto.

Scoperchiare vicende terribili come quelle degli abusi sessuali perpetrati ai danni di bambini e giovani da parte di preti Cattolici nella ultra conservatrice città del Massachusetts, non poteva che portare anche ad un film: “Hollywood” si nutre di queste cose, che, cinematograficamente parlando, sono perfette per costruire prodotti di ampia risonanza (e, perchè no?, di buoni incassi). Il rischio è sempre quello dell’agiografia, delle pellicole dove si esaltano i prodi difensori dei diritti umani contro i depravati ed incoscienti cattivi, siano essi, appunto, uomini di Chiesa o della Giustizia.

Questo è stato evitato e non era neanche questa un’impresa troppo ardua. Se si ha una sceneggiatura lineare, ma non banale (merito di Tom McCarthy, anche regista del film e di Josh Singer), un cast scelto evidentemente con cura e ci si applica una regia rigorosa, il gioco è fatto. “Il caso Spotlight” mescola tutte le sue carte con perizia e le getta sullo schermo con misura, quasi con solennità.

Spotlight

Forse, ma è normale, l’unica fatica che lo spettatore deve sopportare, oltre al peso della vicenda in sè, è quella dei molti nomi di persone che si fanno lungo la narrazione, ma è logico. La pellicola rende con mirabile efficacia la complessità delle coperture, dei silenzi, delle omissioni perpetrate ai più disparati livelli per insabbiare, far dimenticare e stravolgere la realtà dei fatti.

“Il caso Spotlight” è un film corale: la squadra del quotidiano che lavora con una dedizione encomiabile è stata portata davanti ai nostri occhi da un team di attori decisamente azzeccati. Michael Keaton ormai sceglie ruoli sempre sontuosi e ne esce vincitore ancora una volta, con quell’aria tra i disincantato ed il coraggioso che gli si addice in maniera particolare. Mark Ruffalo è abituato a portare in scena personalità complesse e spesso audaci ed anche in questo caso fa il suo dovere con maestria.  Rachel McAdams ha saputo svincolarsi dall’immagine di bella donna un po’ svampita e da qualche tempo si sta costruendo una solida fama di attrice di spessore: vedere e credere.

In due ruoli che possono apparire minori, vanno segnalati Liev Schreiber, il capo editore deciso e coraggioso, e il sempre bravo  Stanley Tucci in quello dell’avvocato dapprima restio a parlare e poi consapevole dell’eco che potrebbe avere una storia così fosca.

Ma tutto gira bene, in questa narrazione: fluida ed appassionante, cosa che non sempre accade quando si pensa ad un’inchiesta della carta stampata.
Tra pochi giorni vedremo se anche i giurati dell’Academy Awards vorranno premiare questo film intenso e molto bello. In fondo sarebbe una cosa minore rispetto a ciò che dicono in realtà le due ore della pellicola.
Ovvero che la verità esiste e quando fa male è una sola.

“Steve Jobs” – Tre atti, una vita

Forse la cosa che meno importa alla fine, guardando “Steve Jobs” di
Danny Boyle, è lo schierarsi ancora una volta a favore o contro quest’uomo che ha cambiato il mondo dell’informatica e non solo. In questi anni, seguenti alla sua morte (avvenuta nel 2011), si è arrivati ad un’agiografia spesso esasperata: il che, come contraltare, porta all’eccessiva denigrazione. A me, personalmente, non è mai interessato andare oltre i meriti indiscussi che Jobs ha avuto nel rivoluzionare i PC, anche se con idee che nel tempo hanno rivelato anche i loro limiti. Ma quale intuizione, alla prova degli anni che passano, non è cambiata, sminuita o non perde nemmeno una delle certezze che la sorregge?

Quest’opera certamente dona una visione dell’uomo Jobs che è in qualche maniera ben chiara, ma lo fa in maniera molto intelligente: come se fosse un’opera teatrale in tre atti. Tre presentazioni (1984, 1988 e 1998), tre “backstage”: un film fatto di dialoghi e praticamente solo di quelli. La vita personale (il riconoscimento della figlia Lisa, i contrasti con i collaboratori, le sconfitte, la rinascita) che attraversano i momenti immediatamente prima di quei famosi show che Jobs faceva divenire eventi planetari. La gente, il Mondo, li attendeva come i nuovi messaggi di un Messia informatico che donava nuovi linguaggi, nuove forme di interazione.

La scelta di concentrare le due ore di pellicola solo su questi tre passaggi avrebbe potuto divenire un limite, se fosse stata affidata a mani meno esperte. Invece Boyle si destreggia con sapiente maestria attraverso spazi chiusi (tranne un paio di scene) e conferma la sua felice intuizione con piani sequenza lunghi e calibrati, sempre centrati sugli attori e con pochissime digressioni verso l’ambiente che li circonda. Aaron Sorkin, se mai fosse stato messo in dubbio, realizza una sceneggiatura praticamente perfetta, anche se va ammesso che, a tratti, certi passaggi possono risultare ostici a chi non conosca da vicino la parabola di Jobs.

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Il fulcro ruota completamente attorno a Michael Fassbender e Kate Winslet, ai loro duetti interminabili.  Vederli in scena, proprio come su di un palco teatrale, è emozionante. Bravissimi, intensi, mai oltre le righe: la loro performance (e ne parlo in coppia proprio perchè sono imprescindibili l’uno dall’altra) è convincente in ogni senso. La candidatura di entrambi all’Oscar appare perlomeno doverosa. Jeff Daniels li tallona da vicino: come il vino con cui il suo personaggio brinda alla prima presentazione, invecchia molto bene e lo fa muovendosi con consumata perizia da attore di razza quale sa essere. A Seth Rogen viene affidato forse il ruolo più arduo, tra quelli secondari: il progettista hardware che mette Jobs di fronte alle sue (presunte o reali?) mancanze, all’incapacità di quest’uomo visionario di dare il giusto spazio a chi ha creato fisicamente i suoi sogni, al suo carattere spigoloso al limite della cattiveria pura. Compito svolto dall’attore con forse troppa veemenza, ma si può pensare che è proprio questo che volessero gli autori.

Ho sempre amato i film fatti “di parole” perchè comunque inducono all’attenzione: anche in questo caso non ci sono scappatoie e se a molti questo potrebbe apparire come un limite, credo che ci si possa ricredere. “Steve Jobs” è un film solidissimo, a tratti incalzante, mai sottotono. Una di quelle pellicole non semplici da affrontare, ma che alla fine donano soddisfazione, come amanti del cinema.
E che potrebbero far comprendere che un’arte visiva non è necessariamente obbligata a far ricorso a trucchi e sorprese. Come dice Sergio Castellitto (permettete la citazione) “…il più grande effetto speciale è la parola.”

“Joy” – Un sogno imperfetto

Meglio dirlo subito. “Joy” non è un grande film. La terza collaborazione tra David O. Russell,  Jennifer Lawrence e Bradley Cooper non è convincente come “Il lato positivo” o “American Hustle“. Squadra vincente non si cambia, e si sa, ma in questa pellicola le cose non funzionano a dovere.

La storia è quella dell’ennesima “Self Made Woman” americana: famiglia disastrata, debiti, sogni e tenacia. Joy Mangano è l’inventrice di un “mocio” per pavimenti che la farà diventare, insieme alle molte altre idee che ha avuto, una manager di enorme successo. Ma come vuole la natura USA delle storie edificanti, dovrà superare una miriade di difficoltà e scontrarsi con personaggi di dubbia moralità (tra cui, peraltro, i suoi parenti più stretti).

La sinossi di una pellicola come “Joy” è simile a quella di altre migliaia, proprio perchè è indubbio che queste storie piacciono al di là dell’Oceano e, a quanto pare, sempre anche ai giurati dell’Oscar. Dove il meccanismo s’inceppa è proprio nella narrazione. Il montaggio è spesso confuso: non dà la continuità che in alcuni momenti appare più che necessaria. Anche la regia, seppur la trama non sia così complicata, viene svolta da Russell come un compitino di sicura efficacia visiva, ma piatto.

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Come diventa logico, quindi, la struttura va a basarsi sugli attori. Come nelle prove precedenti, il cast è praticamente “all Stars”. Anche nei ruoli cosiddetti minori troviamo attrici di nome. Una trasfigurata e irritante Virginia Madsen nel ruolo della madre drogata (letteralmente) di TV e una quasi irriconoscibile Diane Ladd in quello della nonna, voce narrante e angelo della situazione, mentre Isabella Rossellini è la cattivona, amante del padre Robert De Niro (solito ruolo di routine): la cosa non gli riesce malissimo.

Restano i protagonisti. Jennifer Lawrence, qui alla sua quarta candidatura agli Academy Awards, è indubbiamente già una certezza assoluta nel panorama della cinematografia americana. Non fa niente di eccezionale, ma nella sua misura, nel suo equilibrio riesce a dare spessore anche ad un personaggio che avrebbe potuto prestarsi ad eccessi recitativi.
Bradley Cooper va sul sicuro: a volte viene quasi da pensare che non sia importante il personaggio che interpreta o la sua storia. A lui basta fare quello che sa. Lo fa bene, anche se le sue espressioni tendono a divenire un po’ ripetitive.

“Joy” resta, quindi, una promessa mantenuta solo in parte. E’ un film che non resta impresso, non induce ad analisi troppo elaborate. Sembra quasi pensato per far breccia nei cuori deboli e sempre disposti alla benevolenza di un pubblico dalle poche pretese. Se sia solo un’occasione mancata o se sintomo di una ipotizzabile aridità dei suo autori, lo vedremo.
Intanto possiamo sperare che le altre pellicole in lizza per la statuetta più ambita del mondo dello spettacolo siano migliori (ed almeno “The Revenant” certamente non può tremare, per ora).

“The Revenant” – La natura epica e la lotta

L’epica della lotta dell’uomo contro la natura. L’epica della lotta contro se stessi. Nel film dell’autore di “Birdman“, Alejandro González Iñárritu, ancora una volta il cuore del racconto è il conflitto, innescato dalla cattiveria dell’uomo, incurante del fatto che tutto ciò che lo circonda lo può sopraffare. Una tragica elegia tra le nevi e gli alberi infiniti dell’inverno del 1823 nel North Dakota, dove un trapper (una guida per cacciatori di pelli) che ha perso tutto, attraversa una parabola personale, fisica ed emotiva di straordinaria durezza e senza una vera salvezza.

Si direbbe, in maniera abusata, che la vera protagonista del film è la natura: possiamo anche vederla così, ma è riduttivo. Lo straordinario paesaggio che pervade ogni fotogramma della pellicola è lo sfondo di una vendetta, di una caccia, di un racconto di estrema durezza, fisica e mentale. Montagne, fiumi, foreste ed animali non sono solo apparenza, ma diventano a loro volta parte della narrazione, cosicché nulla appare mera immagine, solo bellezza e compiacimento. Non vi è una sola scena che non abbia un senso profondo legato alla vicenda di Glass, alla sua sopravvivenza, al suo desiderio disperato di vivere, seppur per uccidere chi gli ha tolto l’ultimo affetto della sua vita.

Non vi è redenzione, né assoluzione: la vendetta è nelle mani di Dio o chi per lui. Ed in mezzo a tanta sorda disperazione, il regista conferma il suo talento purissimo, fatto di immagini che respirano, vivono di se stesse, ma senza compiacersi in virtuosismi eccessivi. Anche la parte onirica, cifra stilistica personale di Iñárritu, appare quasi “logica” nei suoi momenti sullo schermo. La padronanza della sceneggiatura, cui lo stesso regista ha contribuito, lega ogni singolo elemento in maniera fluente e coerente.

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Di questa pellicola viene lodata ovunque l’interpretazione degli attori e va sottolineato che “The Revenant” è un film di recitazione pura. Non ci sono scappatoie.  Leonardo DiCaprio è ormai ciò che ha saputo divenire: un attore a tratti superbo, sempre assolutamente in parte. Non ci sono sbavature, non ci sono ammiccamenti nella sua interpretazione. Glass è un personaggio che nella galleria dei caratteri da lui interpretati svetterà come una delle massime espressioni della sua arte. E Tom Hardy lo tallona davvero da vicino. Pur dando vita ad un cattivo “tout court”, il suo personaggio è ricco di una dinamica recitativa che l’attore Inglese interpreta a meraviglia. E, comunque, tutto il cast appare decisamente ben scelto.

Nota di merito alla fotografia di Emmanuel Lubezki, forte, decisa, netta e fredda come la stagione in cui si svolgono i fatti.

Infine, la musica.  Ryūichi Sakamoto, un maestro indiscusso, torna, insieme ad Alva Noto, a firmare una colonna sonora dopo la grave malattia che lo ha allontanato per più di un anno dalla sua attività. Con pochissimi, sapienti e calibrati accordi, il duo, spaziando dall’elettronica a composizioni più classiche, crea un tappeto sonoro mai, mai invasivo. Le note si fondono alle immagini con quella naturalezza che va riconosciuta solo ai grandi compositori.

The Revenant” è la prima, bella sorpresa di questo 2016. Difficile cominciare un anno al cinema meglio di così.

“Spectre” – Dov’è James Bond?

Dopo “Skyfall” era lecito aspettarsi di più. Un Bond superficiale.

Iniziamo da ciò che non funziona. Un film di James Bond è tale in sè; un universo a parte fatto di anacronismi e irrealtà, di paradossi e di vite che possono essere solo immaginate. Questo è e sarà. Siamo anche nel 2015, però. “Skyfall” aveva scartato l’idea dell’icona a tutti i costi: l’agente Inglese era umano, fallibile, contorto e decisamente poco incline all’umorismo fine a se stesso. Insomma, uno che in questi anni ci stava dentro con tutte le scarpe. Lodi, ottima regia, grandi interpreti e un miliardo di dollari in tasca. Ebbene, la festa sembra essere finita.

Laddove la terza prova di Daniel Craig si elevava sopra almeno la metà degli altri film della serie, quest’ultima fallisce: fallisce non in toto, certo, ma riconsegna alle masse dei cinema un Bond monocromatico, piatto. Si torna, insomma, indietro. Eppure il plot narrativo, con il ritorno della “Spectre”, lasciava ampi spazi di manovra. Invece sembra che la sceneggiatura sia stata fatta frettolosamente, senza quell’approfondimento di temi e situazioni cui c’eravamo abituati negli ultimi anni. Questo si riflette anche sulla regia. Sam Mendes me lo figuro distratto, forse persino un attimo annoiato. Bond è sfiancante, come personaggio: attorno a lui si parla di produzioni plurimilionarie, con tutto ciò che ne consegue. Probabilmente il regista britannico desidera tornare a pellicole diverse, magari più intime.

Ciò non significa che “Spectre” sia girato male, anche se abbondano i toni virati al giallo (una scelta o un’imperfezione nella cura della fotografia?) e i movimenti di cinepresa, a parte l’iniziale piano sequenza, sono ampiamente prevedibili.

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E poi “l’uso” degli attori è sbilanciato. Craig è lui, nel bene e nel male. Nel bene perchè è lo “007” del nuovo millennio e nessuno, ragionando, può togliergli la palma di essere uno dei migliori di sempre (se ne può discutere, ma resta il fatto): nel male perchè sembra non poterne più e complice una laconicità che a volte è straniante, stavolta è più sottotono. Christoph Waltz gigioneggia e fatica ad entrare nel novero dei super cattivi, antagonisti implacabili dell’agente segreto. Non è colpa sua: ancora una volta la sceneggiatura è caduta nella trappola del semplicistico. Comunque resta un grande attore, che, diciamo, si è preso una pausa per divertirsi. Léa Seydoux è bella. Basta così.

Non gettiamo troppi strali, comunque. Il gioco dei rimandi spesso è divertente (il labirinto che tanto ricorda “L”uomo dalla pistola d’oro” è uno di molti, ben riuscito), le scene d’azione sono girate con perizia e le location decisamente affascinanti. Anche Roma ci fa la sua figura, seppur appare improbabile che all’una di mattina non ci siano auto in giro.

Possiamo dire che si è concluso l’ennesimo ciclo di questa interminabile saga. Il finale fa prevedere sviluppi al momento molto vaghi e, per una volta, la scritta “James Bond tornerà” crea più domande che attesa. Starà ora ai produttori, soprattutto, capire se 007 deve divenire, una volta per tutte, un personaggio che, oltre a fare un sacco di soldi, può dare al cinema delle storie intriganti, credibili e, cosa più importante, di spessore.

“The Lobster” – Essere soli è una colpa

In un film ardito e complesso un futuro in cui l’amore in età matura è obbligatorio.

Leggevo proprio ieri alcuni commenti sulla pagina “Facebook” della meritoria “Good Films” che distribuisce “The Lobster“, premio della giuria all’ultimo festival di Cannes. Erano quello che mi aspettavo: tanti astiosi, molti superficiali, alcuni entusiasti. La verità? Potrebbe essere un qualcosa che contiene tutte queste cose.
Il futuro distopico in cui ci proietta Yorgos Lanthimos (premio Oscar per la sceneggiatura di “Alps“) è piuttosto inquietante, ma non per motivi politici o di guerra: è un periodo in cui se non sei in coppia, se non sei innamorato, dopo una certa età, ti potresti trasformare in un animale (a tua scelta, comunque).

Detta così e senza svelare troppi particolari (i film vanno visti, più che raccontati), sembrerebbe una trovata carina, ma al limite del ridicolo.  Materia che, invece, il regista fa diventare un film che si può definire in molte maniere, alcune delle quali scontate: disturbante, ironico, lento, complesso, un po’ autoreferenziale.
In realtà è tutto questo ed anche altro.

“The Lobster” è una pellicola senz’altro di grande qualità: probabilmente la sua meditata sceneggiatura lo appesantisce, ma l’argomento è assai articolato e pressuppone una riflessione che, ce ne rendiamo conto, va a toccare un argomento basilare per ognuno di noi come, appunto, l’amore e le relazioni sentimentali. Insomma, non è una film da prendere alla leggera. E la regia lo fa intuire subito, con scene lunghe e pochi movimenti di macchina, tranne per la caccia (a chi? A chi è solo…): ma anche qui la scelta del rallenty (a mio modo di vedere piuttosto fastidiosa) riporta il tutto sui binari dell’idea di costruire un film che sfinisce.

Intendiamoci, non per la sua lunghezza, ma per la densità di situazioni ed argomenti che bisogna assimilare e sulla base di sole immagini e di una voce fuori campo (utile, per una volta). Non si può non notare che in alcuni passaggi si faccia fatica a tenere alta l’attenzione e che alcune scene (l’orribile, a detta del protagonista, maniera di “consolare” gli ospiti dell’albergo dove si è in attesa di trovare l’anima gemella) siano piuttosto forti: anche la narrazione a voce ci fa ascoltare frasi che non lasciano spazio alle parafrasi.

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Eppure ogni cosa ha un senso, se vista nella compiutezza dell’opera intera. Non c’è un elemento che non vada al suo posto, anche con scelte di narrazione sorprendenti. Perciò “The Lobster”, nel suo essere obbligante, è un ottimo prodotto. Sincero, decisamente, e molto soddisfacente a livello registico.

Naturalmente i film sono fatti anche dagli attori ed affidare i ruoli a affermate “star” poteva, in qualche maniera, essere d’ostacolo: in una storia così ci vuole capacità di misurare gli atteggiamenti, non è cosa per mattatori. Colin Farrell, che a volte i film sa sceglierseli, è perfetto nell’incarnare un uomo dimesso e triste, ma che saprà riscattare il suo orgoglio per ritrovare una libertà (non ho scritto “la” libertà). Rachel Weisz è se stessa, nel senso che dona al personaggio della “donna” quell’aria un po’ patita che conosciamo come essere la corda più solida del suo modo di recitare. Léa Seydoux (la vedremo in “Spectre“, immagino leggermente meno oppressa) è assai convincente: dura e spietata fino all’eccesso come leader di coloro che vivono da soli  e con rigide regole nei boschi (e quindi vi dico ancora qualcosina sulla trama, no?).
John C. Reilly incarna perfettamente un uomo balbuziente e vigliacco, il più debole ed abbattuto di tutti. Ben Whishaw, invece, incarna il prototipo perfetto del cliente che capisce come l’amore, per salvarsi la vita, possa vivere anche di ipocrisia e finzione.

Se qualcuno mi chiedesse se questo film va consigliato, direi di sì. Una delle cose belle della settima arte è quella di narrare un’infinità di storie, le più improbabili e disparate. Questa potrebbe essere una della tante, ma diviene particolare ed intrigante perchè quando si sa fare cinema si vede. Eccome.

 

“Suburra” – L’Italia in nero

Un’Italia abbruttita, sfuggente e violenta nel film di Sollima.

Questo è un film che non anticipa nulla: la verità, se esiste, è fuori, nelle notizie di tutti i giorni. “Suburra” è un dato di fatto.
E’ un’apologia dell’Italia attuale, ma quella in nero, quella della malavita che può permettersi affari con tutti e che tutti cercano per il proprio tornaconto.
Stefano Sollima è quasi un regista specializzato nel narrare le vicende più oscure e pericolose del nostro paese: “Romanzo criminale“, quello per “Sky“, resta una delle migliori serie TV Italiane degli ultimi vent’anni, lontanissima dalle edulcorate fiction della Rai. E poi “Gomorra” e “ACAB“. Tra piccolo e grande schermo narrazioni forti, impietose.

La forza di Sollima è saper distinguere, pur mantenendo uno stile ormai riconoscibile, tra cinema e televisione. Il racconto, nel primo caso, è necessariamente più breve: condensa e non dilata. Il che è, ovviamente, una sfida. Sfida nel narrare, con questa pellicola, molte cose, molti affari, molte brutte vite, molta Italia.
Non sempre riesce, nell’arco di 130′.
La sceneggiatura di Rulli, Petraglia e De Cataldo (mica gli ultimi) è piuttosto debole: anzi, prevedibile. Il che non aiuta.
Su questa trama esile e, via, scontata in alcune parti, il regista cerca di mettere una pezza visiva ed emozionale.

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Per le immagini, francamente, niente da dire. C’è pochissima luce, come necessita per dare il senso di cose sporche, di intrecci oscuri, dell’abbruttimento della nostra società. Luce che quando c’è è solo per fare prendere respiro alla concatenazione di avvenimenti che è serrata. Mano decisa del regista: immagini solide, nette.
Le emozioni le danno gli attori. E si è voluti andare sul sicuro. Il politico di Pierfrancesco Favino è quello che ci sta sull’anima ogni giorno quando parliamo del Governo: puttaniere, drogato, senza scrupoli e, cosa più fastidiosa, ipocrita. Elio Germano è il romano arrampicatore, festaiolo, ingrato e alla fine, per necessità, violento.
Claudio Amendola è la vera eminenza grigia della storia: un capo spietato, ma mai eccessivo nel suo evidenziarsi. Piuttosto uno che sa distruggere con le (poche) parole che può dire.

Tutti e tre assolvono il compito con diligenza e seguendo l’idea del film stesso: non si ride. Sugli altri, però, Amendola, che tratteggia il suo personaggio con sapienza (è l’ultimo superstite della banda della Magliana, e si chiude il cerchio), finalmente assurgendo a film che lo valorizzano. Bravo. Si dice che per la sua figura ci si sia ispirati a Massimo Carminati, il cui legale non ha gradito. Il che significa che si è centrato il bersaglio.

Intorno donne perdute: non tappezzeria (vedi il personaggio di Greta Scarano, che diviene lo snodo principale, alla fine), ma neanche così importanti per questi uomini.
“Suburra” è un film dal gran ritmo, serio e anche coinvolgente, per quanto piuttosto lineare. Il che non vuol dire che non faccia riflettere e, soprattutto, arrabbiare. E sì, perchè va detto (e lo stanno facendo tutti) che la verità è peggiore.
Consapevolezza che non allevia un certo dolore.
Anzi.

(Nota: questo film è anche prodotto da “Netflix” che pare già interessata a farne una serie. “Netflix” arriva in Italia il 22 Ottobre).

“The Black Mass” – Il boss Depp

The Black Mass con Johnny Depp racconta l’ascesa di un boss mafioso grazie all’aiuto dell’FBI. Un Johnny Deep in stato di grazia in un film che avrebbe potuto osare di più.

Scott Cooper  è già un nome piuttosto importante nel panorama registico Americano.  “Crazy Heart” è stato un esordio di quelli che contano, se non altro per la monumentale interpretazione di un Jeff Bridges da Oscar.  Anche “Out of Furnace” era un pellicola piuttosto interessante, con una storia non proprio originalissima, ma abbastanza ben costruita intorno ai forti personaggi di Christian Bale e Woody Harrelson.

Da qui si può ripartire per parlare di “Black Mass“, appena uscito per la “Warner Bros Italia” sugli schermi Italiani. Presentato alla recente Mostra del cinema di Venezia, il film è un solido thriller basato sull’ennesima storia vera, quella del boss di Boston James Bulger, di origini Irlandesi. Il volto, scavato e cadente, è quello di Johnny Depp, di cui si è parlato più per il trucco che lo invecchia che dell’interpretazione, invero molto calibrata e profonda. In un continuo gioco di specchi e tradimenti, assistiamo all’ascesa di questo personaggio, indiscutibilmente negativo (anche se legatissimo al figlio ed alla madre): dapprima “pesce piccolo” e poi, con l’aiuto di vecchi amici d’infanzia passati dalla parte dei buoni e di parenti importanti (Benedit Cumberbatch convicente Senatore dello Stato), boss incontrastato della città.

Incontrastato proprio perchè diviene un collaboratore “sui generis” dell’FBI, che farà in modo, tramite lui, di azzerare la mafia Italiana e nel contempo, ma in maniera illegale, lo proteggerà, dandogli mano libera per ogni sorta di malaffare.
Trama forse non originale, ma trattata in maniera decisa e coinvolgente da una regia decisamente solida: senza voli pindarici, Scott tiene le redini della narrazione, usando con leggerezza la camera da presa ed indugiando spesso su primi piani che creano momenti di reale tensione attraverso i volti degli attori.

Mossa intelligente è quella di dare spazio ai personaggi secondari attraverso attori di razza: su tutti vanno citati e lodati Kevin Bacon Peter Sarsgaard. Il coprotagonistaJoel Edgerton, invece, nonostante in passato abbia dato buona prova di sé, risulta essere un po’ monocorde.

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Cosa manca, allora, perchè “Black Mass” sia un grande film? Probabilmente perchè Scott non riesce, ancora, a trasmettere un’epica che è insita (anche se non condivisibile) in queste storie di malavita. Quella, per esempio, in cui Scorsese è maestro, e sia detto con la dovuta ragione. Anche lo scorrere del tempo (parliamo di un arco narrativo di vent’anni) è quasi didascalico, ma in connessione evidente con gli eventi. Sembra quasi che il tempo si cristallizzi e non si muova.

Pur tuttavia, grazie anche ad una alla fotografia accurata di Masanobu Takayanagi, non eccelsa, ma ricercata soprattutto sui toni scuri e al lavoro accurato per le scenografie di Stefania Cella, il film è estremamente intrigante e non sono rare le scene decisamente riuscite.

In buona sostanza, “Black Mass” entra nel novero delle opere sulla malavita come un esempio di buon cinema, cui manca solo forse un po’ di esperienza registica che Scott avrà modo di farsi negli anni a venire.

 

“The Martian” – Lo spazio non collabora

Un film inaspettatamente ironico per Ridley Scott che torna alla fantascienza.

Adesso l’ultima frontiera è Marte. Che non è così distante, tutto sommato. La fantascienza, genere cinematografico che ha regalato a intere generazioni sogni e storie inarrivabili, torna prepotentemente a far parlare di sé con “The Martian – Sopravvissuto“. Ed è appunto il pianeta Marte, già esplorato dalla fantasia e dalla furbizia di molti registi, il co-protagonista di questa già celebrata e molto discussa opera di Ridley Scott.

Partiamo proprio dal famoso regista. Non si può certo dimenticare che c’è lui dietro ad almeno due cult “totali” come “Alien” e “Blade Runner” (seppur per il secondo il termine “fantascienza” va stretto). Dopo il 1982, l’anno di uscita del film con Harrison Ford, si è dovuto attendere fino al 2012 perchè l’autore Inglese tornasse al genere. “Prometheus“, di cui si attendono, a detta dello stesso Scott almeno altri tre capitoli (sic), non è stato una grande prova. Prometteva più di quello che ha mantenuto.
Perciò un po’ di diffidenza poteva starci dietro l’annuncio di una nuova pellicola sci-fi a sua firma.

Scott, già da parecchi anni, è diventato un regista molto abile in senso tecnico: è lontano dall’autore di quel piccolo gioiello che è il suo primo film, “I duellanti“. Ha intuito tempo fa le potenzialità del digitale e non ne disdegna di certo l’uso (vedere il pessimo Exodus – Dei e Re“). Anche in questo caso si limita, per così dire, a dare il giusto ritmo alla storia, sottolineando i vari momenti, anche quelli più ironici con sapiente mestiere. Niente di più, ma neanche nulla di meno.

Tratto dal libro di Andy Weir “L’uomo di Marte, prima solo opera on-line e poi divenuto un grande successo editoriale anche per l’accuratezza scientifica e tecnica di cui è permeato, “The Martian” pone Matt Damon nei panni di un’astronauta che a causa di una tempesta di sabbia sul pianeta rosso non riesce a tornare sull’astronave che riparte per la terra. E dovrà cavarsela da solo, solissimo, in un ambiente non di certo favorevole.

Messa così potrebbe apparire la solita avventura dell’intrepido eroe solitario che contro tutte le logiche e le disgrazie se la cava. In realtà “The Martian” è diverso. Grazie al libro, che è anche molto ironico, l’avventura di Mark Watney non è solamente una gara contro il tempo per sopravvivere, ma anche una storia fatta di idee brillanti e di speranza mai dimenticata.

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Scansando il pericolo dell’ “americanata”, i toni sono sempre disincantati, anche se tutta la pellicola è disseminata di idee e stratagemmi che nella realtà sono già stati sperimentati. Ed è anche questa la forza del film: lo spettatore, in qualche maniera, si appassiona non solo alle sorti dell’astronauta, ma percepisce nettamente il valore dell’intelligenza e dell’intuito.

Qualcuno la ha definito un perfetto film per nerd, ed in effetti, tra le canzoni degli anni ’70, le citazioni di film e telefilm (“Fonzie” ha un suo perchè), battute e personaggi a volte quasi grotteschi (notare il cipiglio, quello sì molto made in USA di Jeff Daniels) sembra di stare quasi a sentire i ragazzi di “The Bing Bang Theory“.

La fotografia di Dariusz Wolski è perfetta: nitida e accattivante, anche tenuto conto che per buona parte del film alcune inquadrature sono dalla soggettiva delle telecamere dell’hub o del rover sulla superficie aliena. Il montaggio di Pietro Scalia è legato all’andamento della narrazione, con una parte predominante di immagini più meditate ed un finale giustamente sincopato.

Il cast di supporto ad un Mat Demon decisamente in parte è di tutto rispetto, come si conviene ad una pellicola di così alte ambizioni: Jessica ChastainMichael PeñaKate Mara e Chiwetel Ejiofor se la cavano più che bene, in una storia che è anche corale.
Due ore e venti di gran spettacolo, ma anche di divertimento. Difficile chiedere di più.

E comunque, una morale la si può trovare.
Studiare serve.
Eccome.

“Sicario” – Una terra di lupi

Il film di Denis Villeneuve entra di merito tra le migliori pellicole del 2015.

Denis Villeneuve a narrare la violenza un po’ è abituato. Da quella della guerra, nel candidato all’Oscar “La donna che canta“, alla psicologica e fisica di “Prisoners” ed “Enemy” (premiato al Courmayeur Noir in festival), la sua ancora corta filmografia è fatta di storie dense ed estreme.
Sicario” non si allontana dalla questione, ma è di gran lunga il suo miglior lungometraggio.

Volendo potremmo scrivere che in questa storia c’è solo violenza, ma non è affatto così. Pur trattando dell’eterna guerra tra i cartelli Messicani della droga e i “buoni” Americani (leggete Don Wislow), vista e stravista in altre pellicole, questa è una delle più degne e potenti che vi capiterà di intercettare.

Oppure potete aprire un giornale a caso, dopo, e capire che tutto ciò che accade in queste due ore è perfino poca cosa: di certo c’è solo che il grigio è il colore della guerra, il bianco ed il nero sono sorpassati. Il bene non è mai immacolato: si specchia spesso nel male.

Qui c’è un trasmettitore di brutalità cupo e misterioso, un possente e bravissimo Benicio del Toro, ed una ricevente, giusta e zeppa di dubbi che è una spaesata, convincente Emily Blunt. In mezzo a loro ed a un casino infernale c’è Josh Brolin, il più disincantato del terzetto, ma non di certo il meno deciso. Puramente inutile narrare ciò che accade: quella in Messico è ormai una mattanza sotto gli occhi del mondo intero (se volete riguardatevi quello che è successo pochi mesi fa a 43 studenti).
Basti sapere che è giusto che certe storie non abbiano un finale.

 

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Magistralmente fotografato da Roger Deakins, sempre in bilico tra il sole accecante e la cupezza che aleggia non solo metaforicamente attorno ai personaggi, e girato con cura maniacale, “Sicario” è autorevole, coinvolgente, straniante. Aggiungeteci anche silenzioso. Può apparire assurdo, ma la bella musica di Jóhann Jóhannsson sottolinea solo determinati momenti delle scene e non mai, ma proprio mai invasiva.

Fare una pellicola così non è da tutti e va dato atto che Villeneuve riesce a non scadere mai nell’eccesso, pur volendo farci assistere ad atrocità e coercizioni psicologiche durissime. E’ la differenza che passa tra un ottimo regista ed un mestierante.
Credete, della seconda categoria siamo infestati.