“The Lobster” – Essere soli è una colpa

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In un film ardito e complesso un futuro in cui l’amore in età matura è obbligatorio.

Leggevo proprio ieri alcuni commenti sulla pagina “Facebook” della meritoria “Good Films” che distribuisce “The Lobster“, premio della giuria all’ultimo festival di Cannes. Erano quello che mi aspettavo: tanti astiosi, molti superficiali, alcuni entusiasti. La verità? Potrebbe essere un qualcosa che contiene tutte queste cose.
Il futuro distopico in cui ci proietta Yorgos Lanthimos (premio Oscar per la sceneggiatura di “Alps“) è piuttosto inquietante, ma non per motivi politici o di guerra: è un periodo in cui se non sei in coppia, se non sei innamorato, dopo una certa età, ti potresti trasformare in un animale (a tua scelta, comunque).

Detta così e senza svelare troppi particolari (i film vanno visti, più che raccontati), sembrerebbe una trovata carina, ma al limite del ridicolo.  Materia che, invece, il regista fa diventare un film che si può definire in molte maniere, alcune delle quali scontate: disturbante, ironico, lento, complesso, un po’ autoreferenziale.
In realtà è tutto questo ed anche altro.

“The Lobster” è una pellicola senz’altro di grande qualità: probabilmente la sua meditata sceneggiatura lo appesantisce, ma l’argomento è assai articolato e pressuppone una riflessione che, ce ne rendiamo conto, va a toccare un argomento basilare per ognuno di noi come, appunto, l’amore e le relazioni sentimentali. Insomma, non è una film da prendere alla leggera. E la regia lo fa intuire subito, con scene lunghe e pochi movimenti di macchina, tranne per la caccia (a chi? A chi è solo…): ma anche qui la scelta del rallenty (a mio modo di vedere piuttosto fastidiosa) riporta il tutto sui binari dell’idea di costruire un film che sfinisce.

Intendiamoci, non per la sua lunghezza, ma per la densità di situazioni ed argomenti che bisogna assimilare e sulla base di sole immagini e di una voce fuori campo (utile, per una volta). Non si può non notare che in alcuni passaggi si faccia fatica a tenere alta l’attenzione e che alcune scene (l’orribile, a detta del protagonista, maniera di “consolare” gli ospiti dell’albergo dove si è in attesa di trovare l’anima gemella) siano piuttosto forti: anche la narrazione a voce ci fa ascoltare frasi che non lasciano spazio alle parafrasi.

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Eppure ogni cosa ha un senso, se vista nella compiutezza dell’opera intera. Non c’è un elemento che non vada al suo posto, anche con scelte di narrazione sorprendenti. Perciò “The Lobster”, nel suo essere obbligante, è un ottimo prodotto. Sincero, decisamente, e molto soddisfacente a livello registico.

Naturalmente i film sono fatti anche dagli attori ed affidare i ruoli a affermate “star” poteva, in qualche maniera, essere d’ostacolo: in una storia così ci vuole capacità di misurare gli atteggiamenti, non è cosa per mattatori. Colin Farrell, che a volte i film sa sceglierseli, è perfetto nell’incarnare un uomo dimesso e triste, ma che saprà riscattare il suo orgoglio per ritrovare una libertà (non ho scritto “la” libertà). Rachel Weisz è se stessa, nel senso che dona al personaggio della “donna” quell’aria un po’ patita che conosciamo come essere la corda più solida del suo modo di recitare. Léa Seydoux (la vedremo in “Spectre“, immagino leggermente meno oppressa) è assai convincente: dura e spietata fino all’eccesso come leader di coloro che vivono da soli  e con rigide regole nei boschi (e quindi vi dico ancora qualcosina sulla trama, no?).
John C. Reilly incarna perfettamente un uomo balbuziente e vigliacco, il più debole ed abbattuto di tutti. Ben Whishaw, invece, incarna il prototipo perfetto del cliente che capisce come l’amore, per salvarsi la vita, possa vivere anche di ipocrisia e finzione.

Se qualcuno mi chiedesse se questo film va consigliato, direi di sì. Una delle cose belle della settima arte è quella di narrare un’infinità di storie, le più improbabili e disparate. Questa potrebbe essere una della tante, ma diviene particolare ed intrigante perchè quando si sa fare cinema si vede. Eccome.

 

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