“Sicario” – Una terra di lupi

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Il film di Denis Villeneuve entra di merito tra le migliori pellicole del 2015.

Denis Villeneuve a narrare la violenza un po’ è abituato. Da quella della guerra, nel candidato all’Oscar “La donna che canta“, alla psicologica e fisica di “Prisoners” ed “Enemy” (premiato al Courmayeur Noir in festival), la sua ancora corta filmografia è fatta di storie dense ed estreme.
Sicario” non si allontana dalla questione, ma è di gran lunga il suo miglior lungometraggio.

Volendo potremmo scrivere che in questa storia c’è solo violenza, ma non è affatto così. Pur trattando dell’eterna guerra tra i cartelli Messicani della droga e i “buoni” Americani (leggete Don Wislow), vista e stravista in altre pellicole, questa è una delle più degne e potenti che vi capiterà di intercettare.

Oppure potete aprire un giornale a caso, dopo, e capire che tutto ciò che accade in queste due ore è perfino poca cosa: di certo c’è solo che il grigio è il colore della guerra, il bianco ed il nero sono sorpassati. Il bene non è mai immacolato: si specchia spesso nel male.

Qui c’è un trasmettitore di brutalità cupo e misterioso, un possente e bravissimo Benicio del Toro, ed una ricevente, giusta e zeppa di dubbi che è una spaesata, convincente Emily Blunt. In mezzo a loro ed a un casino infernale c’è Josh Brolin, il più disincantato del terzetto, ma non di certo il meno deciso. Puramente inutile narrare ciò che accade: quella in Messico è ormai una mattanza sotto gli occhi del mondo intero (se volete riguardatevi quello che è successo pochi mesi fa a 43 studenti).
Basti sapere che è giusto che certe storie non abbiano un finale.

 

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Magistralmente fotografato da Roger Deakins, sempre in bilico tra il sole accecante e la cupezza che aleggia non solo metaforicamente attorno ai personaggi, e girato con cura maniacale, “Sicario” è autorevole, coinvolgente, straniante. Aggiungeteci anche silenzioso. Può apparire assurdo, ma la bella musica di Jóhann Jóhannsson sottolinea solo determinati momenti delle scene e non mai, ma proprio mai invasiva.

Fare una pellicola così non è da tutti e va dato atto che Villeneuve riesce a non scadere mai nell’eccesso, pur volendo farci assistere ad atrocità e coercizioni psicologiche durissime. E’ la differenza che passa tra un ottimo regista ed un mestierante.
Credete, della seconda categoria siamo infestati.

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