“Joy” – Un sogno imperfetto

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Meglio dirlo subito. “Joy” non è un grande film. La terza collaborazione tra David O. Russell,  Jennifer Lawrence e Bradley Cooper non è convincente come “Il lato positivo” o “American Hustle“. Squadra vincente non si cambia, e si sa, ma in questa pellicola le cose non funzionano a dovere.

La storia è quella dell’ennesima “Self Made Woman” americana: famiglia disastrata, debiti, sogni e tenacia. Joy Mangano è l’inventrice di un “mocio” per pavimenti che la farà diventare, insieme alle molte altre idee che ha avuto, una manager di enorme successo. Ma come vuole la natura USA delle storie edificanti, dovrà superare una miriade di difficoltà e scontrarsi con personaggi di dubbia moralità (tra cui, peraltro, i suoi parenti più stretti).

La sinossi di una pellicola come “Joy” è simile a quella di altre migliaia, proprio perchè è indubbio che queste storie piacciono al di là dell’Oceano e, a quanto pare, sempre anche ai giurati dell’Oscar. Dove il meccanismo s’inceppa è proprio nella narrazione. Il montaggio è spesso confuso: non dà la continuità che in alcuni momenti appare più che necessaria. Anche la regia, seppur la trama non sia così complicata, viene svolta da Russell come un compitino di sicura efficacia visiva, ma piatto.

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Come diventa logico, quindi, la struttura va a basarsi sugli attori. Come nelle prove precedenti, il cast è praticamente “all Stars”. Anche nei ruoli cosiddetti minori troviamo attrici di nome. Una trasfigurata e irritante Virginia Madsen nel ruolo della madre drogata (letteralmente) di TV e una quasi irriconoscibile Diane Ladd in quello della nonna, voce narrante e angelo della situazione, mentre Isabella Rossellini è la cattivona, amante del padre Robert De Niro (solito ruolo di routine): la cosa non gli riesce malissimo.

Restano i protagonisti. Jennifer Lawrence, qui alla sua quarta candidatura agli Academy Awards, è indubbiamente già una certezza assoluta nel panorama della cinematografia americana. Non fa niente di eccezionale, ma nella sua misura, nel suo equilibrio riesce a dare spessore anche ad un personaggio che avrebbe potuto prestarsi ad eccessi recitativi.
Bradley Cooper va sul sicuro: a volte viene quasi da pensare che non sia importante il personaggio che interpreta o la sua storia. A lui basta fare quello che sa. Lo fa bene, anche se le sue espressioni tendono a divenire un po’ ripetitive.

“Joy” resta, quindi, una promessa mantenuta solo in parte. E’ un film che non resta impresso, non induce ad analisi troppo elaborate. Sembra quasi pensato per far breccia nei cuori deboli e sempre disposti alla benevolenza di un pubblico dalle poche pretese. Se sia solo un’occasione mancata o se sintomo di una ipotizzabile aridità dei suo autori, lo vedremo.
Intanto possiamo sperare che le altre pellicole in lizza per la statuetta più ambita del mondo dello spettacolo siano migliori (ed almeno “The Revenant” certamente non può tremare, per ora).

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